4° incontro

- Da Papa Francesco, Lettera enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale “Fratelli tutti

  1. 85. Per i cristiani, le parole di Gesù hanno anche un’altra dimensione, trascendente. Implicano il riconoscere Cristo stesso in ogni fratello abbandonato o escluso (cfr Mt 25,40.45). In realtà, la fede colma di motivazioni inaudite il riconoscimento dell’altro, perché chi crede può arrivare a riconoscere che Dio ama ogni essere umano con un amore infinito e che «gli conferisce con ciò una dignità infinita» (san Giovanni Paolo II, Messaggio alle persone disabili. Angelus a Osnabrück – Germania, 16 novembre1980). A ciò si aggiunge che crediamo che Cristo ha versato il suo sangue per tutti e per ciascuno, e quindi nessuno resta fuori dal suo amore universale. E se andiamo alla fonte ultima, che è la vita intima di Dio, ci incontriamo con una comunità di tre Persone, origine e modello perfetto di ogni vita in comune. La teologia continua ad arricchirsi grazie alla riflessione su questa grande verità.

 

- Dalla vita e dagli scritti del Beato Charles de Foucauld (1858 – 1916)

(terza parte)

Charles esce dalla trappa e va a vivere in una capanna a Nazareth, a servizio di un monastero di Clarisse.

Lui: “Sono immensamente felice di essere povero, di vestire come un operaio, di essere un servitore, di appartenere all’umile condizione che fu di nostro Signore Gesù Cristo, e di poterlo vivere a Nazareth”. La badessa parlando di lui: “Un devoto servitore, che veste come un povero, ma parla e scrive come un sapiente, e prega come un santo”.

Alcuni pensieri nel periodo di Nazareth

La preghiera di Gesù a Nazareth era principalmente di adorazione, vale a dire di contemplazione, di ammirazione silenziosa, che è la più eloquente delle lodi. L’amore nato dalla ammirazione è il più ardente di tutti gli amori.

La volontà di Dio è rivelata dalle circostanze, il Vangelo te la rivela, ma contemplare Dio è l’unica cosa necessaria.

È necessario che tutte le relazioni con il prossimo trabocchino d’amore …

Siamo semplici, guardiamo al cielo e non saremo tentati di scegliere con tanta cura il nostro cammino sulla terra.

In questo periodo comincia a pensare di essere sacerdote. Rientra in Francia, poi a Roma, agli inizi del 1900 per studiare teologia; il 9 giugno 1901 viene consacrato sacerdote.

Poco dopo parte per il Sahara, meta: l’oasi di Beni-Abbes. Costruisce prima la cappella, decorandola lui stesso, poi la sua umile dimora, un muretto di recinzione, dal quale non avrebbe voluto uscire … “Voglio abituare tutti gli abitanti, cristiani, musulmani, ebrei e idolatri a considerarmi come loro fratello, un fratello universale …”. “Cominciano a chiamare la casa “fraternità” (in arabo khaoua) ed è per me una grande gioia, e a rendersi conto che i poveri hanno qui un fratello, e non soltanto i poveri, ma tutti gli uomini”.

“Faccio di tutto per avere dei compagni; se ne dovessi avere me ne rallegrerei, non avendone, sono perfettamente sereno”.

Altro “passaggio”: “Chiedo il permesso (a mons. Guerin, prefetto apostolico per il Sahara) di stabilirmi tra i tuareg, più all’interno del paese, nell’attesa di mandarvi dei sacerdoti; in quel luogo pregherò, studierò la lingua e tradurrò i Vangeli; entrerò in rapporto con i tuareg, vivrò senza clausura”.

Il 13 gennaio 1904 parte per raggiungere i tuareg sconosciuti dell’Hoggart, a Tamaranset, villaggio di venti famiglie, in piena montagna. Scrive: “Le sofferenze della terra ci sono date per farci rendere conto che siamo in esilio e per farci sospirare la patria celeste. Gesù sceglie per ciascuno di noi il tipo di sofferenza che considera più adeguato per santificare e, spesso, la croce che ci dà è quella che, se uno osasse, rifiuterebbe in blocco, pur accettando tutte le altre. La pena che ci dà è quella che meno si comprende. … Ci dirige verso prati di pascoli amari, ma che sa essere buoni per noi. Povere pecore, siamo così ciechi!”.

 

Dagli scritti delle Comunità

- don Divo Barsotti, dal “Vademecum”, l’intero testo si può trovare nel Not 153 pag. 23

    I VALORI CONTEMPLATIVI COME TESTIMONIANZA NEL MONDO DI OGGI

 “Essi non sono del mondo, come io non sono del mon­do” (Gv 17,14).

Non voi avete scelto Me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto e il vostro frutto rimanga” (Gv 15,16).

La vocazione cristiana è essenzialmente contemplativa. Se questa vita trova la sua perfezione nella visione di Dio, è dunque alla visione che deve tendere costantemente l’anima nostra in un cammino ordinato, in un progresso continuo.

Non vi sono due vocazioni - alla vita attiva e alla vita contemplativa -: anche chi di noi vive nel mondo deve orien­tarsi verso un ideale, verso una mèta che lo sottragga sempre più alle cose presenti e lo faccia vivere in Dio. Non vi può essere opposizione tra le occupazioni che la Provvidenza divina ci ha imposto e questo ideale, perché l’unica cosa che s'impone per rimanervi fedeli non è la rot­tura di ogni umano rapporto o la fuga dal mondo, è piuttosto il convertire ogni condizione di vita, voluta per noi dal Signore, in un mezzo, in uno strumento di liberazione interiore.

Dobbiamo far sì che nulla leghi il nostro spirito, che nulla lo trattenga nel suo cammino verso Dio. Tutto deve essere via, nulla per noi deve essere mèta. È attraverso il rapporto con gli altri fratelli, è attraverso l’impegno, la responsabilità di un lavoro, che l’anima si distac­ca dai propri egoismi, si scioglie, si libera dalle sue passioni, si rende disponibile a Dio per rispondere alla divina chiamata, per essere portata dalla grazia divina in un cammino che non conosce altra fine e altro fine che Dio.

La nostra Comunità è di carattere contemplativo. E dal momento che viviamo in mezzo agli uomini, dobbiamo vivere in modo che la vita attiva non tolga nulla all’impegno di una pura lode al Padre, e che la vita di lode non ci sottragga ai nostri fratelli. Vivere soltanto per Iddio, ma nel contatto continuo con gli uomini, senza sentire nessuno a noi estraneo, volendo tutti assumere in noi, partecipando a tutta la loro vita. Questo è il nostro modo di concepire la nostra missione e la nostra vocazione, e ci sembra che così sia giustificata la rea­lizzazione del nostro movimento religioso in seno alla Chiesa.

Il nostro impegno è monastico

Anche prima del Concilio Ecumenico Vaticano II, abbiamo sempre insistito sul carattere monastico della Comunità, perché i monaci hanno riconosciuto e sottolineato il ca­rattere profetico, carismatico del loro movimento religioso.

Il monachesimo è profetico perché manifesta l’azione dello Spirito divino nella Chiesa, una presenza attiva di Dio nel cuore dell’uomo e della Chiesa e anche anticipa la vita celeste. Ogni movimento religioso, e così anche la Comunità, deve ma­nifestare una presenza attiva di Dio nel cuore dell’uomo e nel cuore della famiglia religiosa, e deve anche anticipare qualche carattere di quello che è la vita celeste. In questo senso la nostra comunità ha carattere profetico nella misura in cui vuol parlare agli uomini in nome di Nostro Signore e in unione con la Chiesa. Siamo profeti in quanto la parola di Dio in noi diviene vivente: dobbiamo incarnare l’Evangelo, farlo vivere, renderlo attuale nella nostra medesima vita.