- Da Papa Francesco, Lettera enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale “Fratelli tutti”
- 239. Se leggiamo altri testi del Nuovo Testamento, possiamo notare che di fatto le prime comunità, immerse in un mondo pagano colmo di corruzione e di aberrazioni, vivevano un senso di pazienza, tolleranza, comprensione. Alcuni testi sono molto chiari al riguardo: si invita a riprendere gli avversari con dolcezza (cfr 2Tm 2,25). Si raccomanda «di non parlare male di nessuno, di evitare le liti, di essere mansueti, mostrando ogni mitezza verso tutti gli uomini. Anche noi un tempo eravamo insensati» (Tt 3,2-3). Il libro degli Atti degli Apostoli afferma che i discepoli, perseguitati da alcune autorità, “godevano il favore di tutto il popolo” (cfr 2,47; 4,21.33; 5,13).
Dagli scritti delle Comunità, Not 153
- Don Divo Barsotti
LE BEATITUDINI
Le Beatitudini sono il nostro programma di vita. In queste parole di Gesù non solo è in germe tutto il Vangelo, ma in particolar modo è definito il carattere di quello che deve essere la nostra vita, il nostro impegno, il fine della Comunità.
Che cosa sono le Beatitudini? L’attività dell’uomo, la vita, ha un fine che la trascende: Dio. L’uomo non è disinteressato; il disinteresse è nell’uomo segno soltanto di orgoglio. Non si fa il bene per il bene: tutto è desiderio, aspirazione a Dio, perché l’uomo in se stesso non è che povertà, estrema miseria. È in Dio solo che l’uomo trova la sua pace, la sua vita.
Beati! Ecco quello che ci insegna il Vangelo. La legge ha un fine, non è un bene in se stessa, ma è ordinata alla beatitudine. E la beatitudine è il possesso di Dio, il Regno, l’ineffabile gaudio della presenza del Padre. L’uomo, se non compie il cammino che lo conduce a Dio, in se stesso non è che vuoto, miseria. L’uomo non può chiudersi in sé, la sua vita è il bisogno di Dio, è l’aprirsi dell’anima in un desiderio appassionato di una pace, di una gioia che scende solo dall’alto.
Beati! Carattere paradossale della legge nuova! È soltanto l’annuncio, la promessa di una felicità, la legge evangelica.
Che cosa c’insegnano le Beatitudini? Questo: che noi tendiamo a Dio e dobbiamo aspirare a Lui in un desiderio affocato. Dio si dona all’uomo, ma che cosa l’uomo potrebbe donare? Se Dio è disceso all’uomo, ora l’uomo sale a Dio, ma sale - contrariamente a quanto insegna la mistica platonica - per grazia, per la forza dell’amore di Dio che urge il cuore dell’uomo e lo innalza.
Nel nostro desiderio di Dio è Dio stesso che ci solleva, Dio che prima è disceso a noi e si è donato all’uomo. L’uomo deve ascendere a Dio. Tutta la vita dell’uomo è un ascendere, un salire a Dio che colmerà tutta l’insufficienza nostra. È al possesso di Dio, a questa beatitudine che il Vangelo ci chiama, e il Vangelo è l’annuncio della Beatitudine, è la Buona Novella.
Ma in tanto noi andremo a Dio in quanto nel sentimento della nostra miseria, del nostro nulla, aspireremo a Dio, avremo il desiderio di Dio, avremo fame di Dio. Tutta la vita è una corsa, una fuga incontro al Signore. Ma per questo l’anima deve liberarsi da tutti i legami, perché possa salire, elevarsi, tendere là dove è la sua vera ricchezza. Chi ci solleva è Dio, ma Dio ci solleva tanto più quanto più saremo privi di peso.
Nella misura in cui l’uomo è soddisfatto di sé, sufficiente a se stesso, non desidera, non ama, non tende a Dio. Il peso dell’anima che ama è soltanto l’amore: “Il mio peso è l'amore”, dice sant'Agostino.
Indubbiamente l’ideale che Gesù propone è tale da non poter essere realizzato pienamente quaggiù. Questa pagina del Vangelo ha perciò un carattere direttamente escatologico. Se un’anima non vuol vivere qui sulla terra la vita del Cielo non può realizzare in sé questa pagina; d’altra parte non si potrà realizzarla pienamente che in Cielo.
Le Beatitudini esigono, dunque, prima di tutto, uno spirito interamente libero, non legato alle condizioni della vita presente ma già del tutto immerso nell’atmosfera di Dio, perduto in Dio. Se non ci rendiamo conto di ciò, le Beatitudini non potranno essere un ideale di vita.
Un’altra cosa da notare: fine della vita non è il dovere. Il cristianesimo non è come lo stoicismo antico e come la filosofia di Kant. Le Beatitudini non esprimono un comando che esige l’obbedienza, non si esprimono in termini giuridici, non possono essere un ideale etico, giacché non si impongono come una legge all’anima. Non il dovere per il dovere. Le Beatitudini propongono come ideale la beatitudine, la gioia, la vita. La morale sarà condizione di questa vita, ma la legge non si identifica con la vita divina. Bisogna andare al di là della legge e della morale, vivere la vita divina, possederla e abbracciarla in noi.
Altro carattere è quello di una irriducibile opposizione allo spirito del mondo. Per colui che non ha lo spirito del Vangelo, che è estraneo a Cristo, questa pagina delle Beatitudini non può parere che un’ironia. Come può esser felice chi piange, chi è servo di tutti, disprezzato, perseguitato? Questa opposizione allo spirito del mondo è un carattere essenziale che deriva da questo: suppone il trapasso nel mondo di Dio che si oppone a questo mondo.
Quando si è parlato della Comunità si è detto che la prima legge è la gioia. In questo vogliamo soprattutto distinguerci: gioia serena, luminosa, che riempie lo spirito e trasparisce e irraggia Dio dall’anima nostra. Se qualcosa deve distinguerci è proprio questa gioia, questa luce che deve apparire con noi. Questa gioia è certissimamente il carattere dei “figli di Dio”: Dio è beatitudine infinita e i suoi figli che possiedono la sua vita godono pure una gioia immensa, senza fine; non una gioia intermittente e provocata da avvenimenti umani, ma gioia nella sofferenza fisica, nell’angoscia, nell’incomprensione ... La nostra gioia ha per motivo Dio e perciò essa rimane la stessa attraverso ogni avvenimento, come comunicazione della gioia divina. La sofferenza non può diminuire quella gioia che è possesso di Dio infinito, immenso.
Ma di che cosa è fatta questa gioia? La nostra gioia ha come condizione la povertà del cuore, la purezza dell’anima, la purezza divina, la contrizione pacata e profonda, la pace ... Beati sono quelli che sono staccati dal mondo, cancellati. Non hanno nome sulla terra, non hanno un legame quaggiù. Sono i poveri di spirito, i mansueti, coloro che soffrono, i puri, i perseguitati, ... coloro che sono vuoti ... Ogni attaccamento impedisce il desiderio naturale di Dio, ma quando l’anima è libera, è sciolta, allora tutta la vita dell’anima diventa una fuga, un volo verso il Signore, perché, come dice san Gregorio di Nissa, “l’anima possiede Dio solo in quanto lo cerca”. E possedere il Signore è già beatitudine.
E noi perciò siamo beati già ora nella misura in cui siamo sciolti, nella misura in cui l’anima, liberata da ogni legame, s’innalza e consuma nel desiderio solo di Dio. Siamo legati a troppe cose: interessi, ufficio, professione, tutti legami che impediscono la corsa ... Siamo legati alla nostra piccola vita, alle abitudini, all’amor proprio, alla vanità, alle comodità ... “Scioglietevi e mettete le ali”, ci dice santa Francesca Saverio Cabrini. Sciogliamoci e allora voleremo a Dio. Rendiamoci puri, senza peso. Strappiamo l’anima da ogni legame e non potrà che volare, tendere a Lui da cui è stata creata. Ecco l’impegno nostro.
La Beatitudine ci è già donata, il regno dei cieli è già nostro, noi vi entriamo già ora nella misura della nostra purezza, della nostra libertà interiore. La nostra gioia, la nostra ricchezza, la nostra bellezza noi la possediamo già: è il Signore. Ed Egli si è già donato a ciascuno.
Le Beatitudini non sono, anche per noi, la vita stessa di Dio? Ma ad una condizione: che viviamo, come figli, una vita simile a quella del Figlio Unigenito: una pura relazione d’amore al Padre, il trasporto d’amore ineffabile che eternamente riporta l’Unigenito nel seno di Dio dal quale eternamente è generato. Il trasporto dell’anima non è più che un volo d’amore.
Che la nostra anima s’innalzi, voli! Liberiamoci da tutto! Sì, libertà, purezza, pace. Allora la Comunità sarà veramente una immagine della vita celeste, allora Dio sarà in mezzo a noi e Dio sarà la nostra vita, la nostra eterna e piena felicità.
Che il Signore si degni darci di realizzare in noi questa vita! cosicché le Beatitudini non siano più l’annuncio, ma la rivelazione di quello che già si è compiuto: e noi saremo figli di Dio, già beati della beatitudine stessa del Padre, già beati nel possesso del Regno!
- Padre Andrea Gasparino, da “Siate sempre lieti nel Signore”, 8 dicembre 1968, Not 153
AMATEVI COME IO VI HO AMATO
Carissimi, continuo il commento alla Regola sul tema della carità.
Contesto esegetico
Il gioiello evangelico sulla carità è di san Giovanni. Fa parte del tema centrale dell’ultima Cena, compreso nei capitoli 13-14-15-16-17. Sono i capitoli-pilastri sulla legge della carità. Contengono una miniera tale sulla carità che non si esauriranno mai. Sono così importanti che noi dovremmo conoscerli e meditarli senza tregua.
Noi scegliamo il testo del capitolo 13 per ragioni di praticità, perché, direi, è un testo più forte e più conciso anche se tale testo è ripetuto alla lettera con alcune ricche sfumature al capitolo 15,12. A tutti è noto quanto sia difficile seguire il nocciolo logico dei discorsi di Giovanni. Il metodo nello sviluppare un discorso di Gesù, è tipicamente orientale: si direbbe che cammina seguendo più che il filo del ragionamento, il filo delle distrazioni al ragionamento stesso. È un gusto caro ai semiti e poco simpatico a noi occidentali. Noi lo perdoniamo volentieri in compenso delle ricchezze inestimabili dei suoi discorsi e delle sue deviazioni.
Secondo Giovanni, nel capitolo 13, Gesù mena così la sua istruzione sulla carità: il discorso a fatti sulla carità (la lavanda dei piedi), l’incidente del traditore, altra lezione sulla carità, il gioiello degli slogan-base sulla carità: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli” (vv. 34-35).
La frase scelta da noi è di una ricchezza unica, Gesù la dà proprio come la sua parola di addio: "Figlioli (la tenerezza di Gesù è al colmo), ancora per poco sono con voi: dove vado io, voi non potete venire” (v. 33). Il senso è: ora vi do un segreto per trovarmi, la carità. “Vi do un comandamento nuovo” (v. 34), dice “nuovo” perché il comando della carità era un comando ben antico, ma la misura della carità pretesa da Gesù è nuova. Il pio ebreo ogni giorno nella preghiera diceva appunto: “Ama il prossimo come te stesso”. In che cosa dunque è nuovo questo comando? Nella misura della sua estensione. Amatevi fino alla misura dell’impossibile, cioè “come io ho amato voi”.
Il nesso in cui Gesù sviluppa il suo pensiero è questo: la carità è il suo testamento all’umanità. “Vi saluto, sono ancora un poco con voi, mi cercherete, e allora ecco ciò che vi lascio come addio, come saluto ultimo e anche come consolazione per potermi trovare sempre quando volete voi”. La carità è la novità del messaggio al mondo, per la meta a cui punta: l’imitazione degli esempi di Gesù. Un esempio d’una eloquenza senza confronti: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (15,13). La carità è il centro della nuova religione: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli” (13,35). È dunque il distintivo classista che distingue il cristiano vero da quello falso.
La carità è l’emblema, la bandiera: chi è con lui, chi è per lui vive nella carità; chi è per se stesso o per altro e non vive la carità, non è per lui e non gli appartiene. “L’assillo della continua carità dev’essere così radicato da considerare una violazione cosciente e volontaria alla carità come un tradimento profondo all’imitazione di Gesù e un rinnegamento sostanziale della nostra Regola” (Regola pag. 15).
Le contraddizioni
Le nostre contraddizioni sulla carità sono quasi tutte concentrate in queste tre dimenticanze pratiche: noi dimentichiamo troppo che la carità è la strada segnata da Gesù per cercarlo e per trovarlo. Noi dimentichiamo troppo sovente che la carità è l’essenza del cristianesimo. Noi dimentichiamo troppo che la carità è la chiamata per eccellenza all’imitazione di Gesù.
È difficile che il termine di paragone della nostra carità sia quello proposto da Gesù: verrebbe voglia di affermare che noi apparteniamo quasi sempre ad un altro sistema metrico. Infatti quando misuriamo la nostra carità, il termine di paragone che ci poniamo davanti, la misura, il metro è quasi sempre differente dal metro di Gesù: il nostro metro è quasi sempre il limite della ragionevolezza o della prudenza umana o gli interessi personali inviolabili ecc. Sì, diciamo, io devo amare quel fratello, ma fino a che non sia violata la giustizia o la verità o la convenienza. Perdonare sì, diciamo, ma la verità è la verità. Amare sì, diciamo, ma non da perderci troppo. Sacrificarci per gli altri sì, ma che siano salvi i miei diritti e i miei doveri. Buttarci per gli altri sì, ma da non rovinare la salute.
In altre parole, il metro della nostra carità è la salute, gli interessi, la giustizia, la verità, il buon senso e la stima. Il metro cioè, non è quello di Gesù. Gesù ha dato un altro tipo di misura della carità, un altro sistema metrico decimale: è quello che ha fatto lui, la misura che ha scelto lui, cioè fino al sacrificio supremo di se stesso. Quindi, in pratica, davanti ad un atto di carità, io ho il dovere di misurare e di misurarmi su quello che ha fatto Gesù, come l’ha fatto, fino al limite a cui l’ha portato Gesù. Quindi, in pratica, davanti ad un fratello da amare io ho l’obbligo di chiedermi: Gesù come farebbe, fin dove arriverebbe, sino a quale limite estenderebbe questo atto di carità?
La norma di Gesù: amare come lui, è una norma base a duplice dimensione; una dimensione verticale, in profondità, e una dimensione orizzontale, in estensione. Se devo servire un povero mi devo chiedere: come lo servirebbe lui? che parole direbbe, che delicatezze avrebbe? farebbe questo atto di carità alla sbrigativa, o in modo arrogante o in modo impaziente o in modo ambizioso? devo cioè applicare il suo metro della carità nel mio atto.
Ma devo applicarlo anche in estensione, devo chiedermi: se Gesù fosse qui davanti a questo povero si accontenterebbe di dir parole? che cosa farebbe? a che cosa rinuncerebbe? Devo chiedermi: se Gesù vivesse qui al mio posto, si accontenterebbe di questo povero, non si aprirebbe anche a questi altri problemi? se Gesù vivesse nella mia fraternità dimenticherebbe qualcuno? sarebbe freddo con quel fratello, potrebbe vivere un momento senza dare agli altri qualcosa? potrebbe ignorare il problema di famiglia che ha quel fratello, non si industrierebbe di dirgli qualcosa, di fargli un po’ coraggio? di spargere gioia? Gesù al mio posto avrebbe il coraggio di lasciar passare un giorno o anche solo un’ora senza pensare al prossimo?
La carità è dunque la mia imitazione più pratica, più viva, più immediata di Gesù, ma ciò che è maggiormente da considerare è questo: la norma l’ha fissata Gesù, l’ha voluta lui. E l’ha fissata solennemente. E l’ha fissata come suo testamento. E l’ha fissata come centro della sua religione. Quindi deve entrare nelle mie abitudini mentali, deve entrare nella mia ascetica quotidiana. È logico quindi, che una violazione cosciente alla carità è un tradimento profondo all’imitazione di Gesù; è cosciente, quasi certamente, quando è prolungata; è cosciente quando è richiamata e sottolineata dai responsabili o dai fratelli; è cosciente quando lascia uno strascico di amarezza o di inquietudine.
È logico che “violazione cosciente e volontaria alla carità” significa, tradimento, significa rinnegamento, significa voltafaccia agli esempi di Gesù, perché, per volontà esplicita di Gesù, è la carità la pietra di paragone del cristiano. Ed è logico che noi lo consideriamo un rinnegamento sostanziale della nostra Regola perché la nostra Regola è solo questo: andare dietro a Gesù.
Dio vi benedica.
- Per lo svolgimento dell’assemblea di Cenacolo/Delegazione o l’incontro di vita comune
Concludiamo con questa assemblea il percorso formativo sulla nostra Comunità, riflettendo ancora sul nostro carisma e sulla missione a cui siamo chiamati, nel desiderio di crescere nella fraternità e nella fedeltà, con convinzione e amore.
- Dallo Statuto e dal Direttorio
St. 2.5.3) … Si avverta l’urgenza di portare Cristo e la Sua Parola nelle case, nelle famiglie, negli ambienti in cui si vive sapendo cogliere le occasioni di grazia che vengono date e caricandosi di persona della chiamata di tutti a ricevere il Vangelo. Si tenga aperta la propria casa con ospitalità generosa e, per quanto possibile, per i vari incontri nel nome del Signore. …
Dir. 2.5.3) … La famiglia è il primo luogo dove si è riuniti nel nome del Signore, prendendo a modello la famiglia di Nazareth. Dono particolarmente benedetto è il darsi la mano a custodire l’unità degli sposi e curare l’educazione umana e spirituale dei figli. …
- Da Papa Francesco, Lettera enciclica sulla fraternità e l’amicizia sociale “Fratelli tutti”
- 140. Chi non vive la gratuità fraterna fa della propria esistenza un commercio affannoso, sempre misurando quello che dà e quello che riceve in cambio. Dio, invece, dà gratis, fino al punto che aiuta persino quelli che non sono fedeli, e «fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni» (Mt 5,45). Per questo Gesù raccomanda: «Mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, perché la tua elemosina resti nel segreto» (Mt 6,3-4). Abbiamo ricevuto la vita gratis, non abbiamo pagato per essa. Dunque tutti possiamo dare senza aspettare qualcosa, fare il bene senza pretendere altrettanto dalla persona che aiutiamo. È quello che Gesù diceva ai suoi discepoli: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8).
Dagli Scritti delle Comunità, Not 153
- padre Andrea Gasparino, da “Siate sempre lieti nel Signore”
PAGARE PER GLI ALTRI
Carissimi,
sono i fatti che contano. Le parole passano, i fatti restano. Voglio parlarvi di un problema nuovo nella carità a cui fino adesso non avevo fatto attenzione: il problema di “pagare per gli altri”. C’è un episodio nella vita di Gandhi, in cui ha pagato lui per la mancanza grave di due suoi allievi! Il Signore, con il suo esempio, non ci chiama anche lì? Il Signore non ha fatto lo stesso? Ha pagato fino alla morte. Io non avevo mai pensato bene a questa lezione tremenda di Gesù.
Per Gandhi “pagare per gli altri" era la prova suprema di amore. Gesù l’aveva insegnato silenziosamente ben prima di Gandhi: tutta la vita del Signore, le sue umiliazioni, da Betlemme al Calvario, è stato un pagare per gli altri.
Ora, non potrebbe essere proprio questa la chiave di volta della nostra carità comunitaria? Voglio dire: se ci rendessimo profondamente responsabili dei fratelli, non sarebbe questo il mezzo più idoneo per dare un volto totalmente nuovo alla nostra carità fraterna? Se davanti ad una mancanza di un fratello ci impegnassimo tutti a pregare invece di giudicare e condannare, non sarebbe più bello e più logico?
Vorrei spiegarmi meglio: pagare per un fratello è proprio giusto per noi; non era giusto per Gesù, ma lo è per noi. Capitemi bene: quando in una comunità un fratello, una sorella mancano, io più di voi, ma anche voi avete qualche colpa addosso proprio a riguardo di quella mancanza. Se non altro potete farvi questo rimprovero: se gli fossi stato più vicino, se lo avessi amato profondamente, se vedendolo debole avessi pregato molto per lui, quel fratello, quella sorella, non sarebbero venuti meno ai loro impegni.
Per questo devo decidermi a pagare per me prima di tutto e poi, nascostamente, per lui, per lei. Siamo intimamente legati tra noi come veri fratelli, come una vera famiglia; entrando in comunità siamo diventati completamente responsabili gli uni degli altri, uno porta sulle spalle le responsabilità dell’altro. Non mi è lecito mai lavarmi le mani davanti alla mancanza di un fratello come se io fossi innocente.
Provate un po’ a pensare bene alla potenza di questo segreto di unità. Quando nasce una piccola divisione in una fraternità non è vero che la causa è sempre o quasi sempre perché uno si erige a giudice dell’altro e allora le parti si irrigidiscono? Prima c’è una divisione nascosta nel giudizio di condanna, poi questa divisione va avanti, diventa atteggiamento di condanna, poi progredisce ancora, il male diventa una frana. Quando la frana parte non la comandate più, poi diventa discorso di condanna, qualche volta è critica, è malignità, è meschinità malevola.
Al contrario provate ad immaginare che cosa succederebbe se davanti ad una mancanza di un fratello, il nostro cuore invece di diventare cattivo facesse tutto lo sforzo opposto, lo sforzo di diventare più buono. Se, avvertita la mancanza, un altro fratello, più fratelli decidessero in cuor loro così: voglio riparare, voglio pagare perché sono colpevole, perché lo devo aiutare, perché è mio fratello; se non aiuto un fratello nel momento della debolezza quando lo aiuto?
E allora voi notereste subito un cambiamento singolare in voi: il vostro cuore anzitutto diventerebbe misericordioso, pieno di comprensione e di bontà, non sarebbe più capace a giudicare, tantomeno a condannare; voi diventereste immunizzati contro l’esempio cattivo, (non vi fa più del male il male di un fratello, di una sorella se siete in atteggiamento di riparazione, non incide più negativamente, anzi opera positivamente in voi), poi succederebbe questo: voi comunichereste misteriosamente la buona volontà agli altri.
Ogni peccato, anche nascosto, fa calare la fraternità; ogni atto generoso, anche nascosto, alza la fraternità e incide. Credo di potervi dire questo: se tanti di voi approfondiranno il contenuto di questa lettera, se lo farò io per primo, noi avremo trovato un filone d’oro per la nostra carità comunitaria. Non avrà inteso questo San Paolo quando diceva ai primi cristiani: “Portate gli uni i pesi degli altri”? Forse per la comunità potrebbe cominciare una pagina di vita totalmente nuova.
Pregate che la Madre di Dio vi illumini e soprattutto illumini me.
- Da Appunti per la festa del Vangelo, di piccolo fratello Giovanni Marco, 25 aprile 2021
TERESA DI LISIEUX E LA PAROLA
Teresa ha bevuto alle fonti della Parola di Dio traendo linfa sia dall’Antico sia dal Nuovo Testamento. Quest’affermazione è assodata: nei suoi scritti sono più di mille i riferimenti (citazioni esplicite ed implicite) alla Scrittura. Essa ha fatto vedere l’importanza che le sorgenti bibliche hanno nella vita spirituale, ha messo in risalto l’originalità e la freschezza del Vangelo.
Nella semioscurità quotidiana la Parola è stata effettivamente una lampada di «una viva luce». Difatti dai manoscritti emerge che nel suo pregare il riferimento alla Scrittura è basilare: “È soprattutto il Vangelo che mi intrattiene nelle mie preghiere, in esso trovo tutto ciò che è necessario alla mia povera piccola anima. Vi scopro sempre nuove luci, significati nascosti e misteriosi ...” (A 83).
Anche verso la fine della vita, fra le ombre più fitte, sono le luci presenti nei gesti e nelle parole di Gesù a farle percepire soavi “profumi” ridonandole vigore:
“Poiché Gesù è risalito al cielo, io posso seguirlo solo seguendo le tracce che ha lasciato, ma come sono luminose queste tracce, come sono profumate! Appena getto lo sguardo nel Santo Vangelo, subito respiro i profumi della vita di Gesù e so da che parte correre ...” (G 36).
- Da Papa Benedetto XVI, Messaggio ai partecipanti al Congresso Mondiale dei Movimenti Ecclesiali e delle Nuove Comunità, svolto a Rocca di Papa dal 31 maggio al 2 giugno 2006.
Per approfondire l’argomento si può vedere la Nota pastorale della Commissione episcopale per il laicato “Le aggregazioni laicali nella Chiesa” (1993), nn. 37-43.
… Dico a voi, cari amici dei movimenti: fate in modo che essi siano sempre scuole di comunione, compagnie in cammino in cui si impara a vivere nella verità e nell’amore che Cristo ci ha rivelato e comunicato per mezzo della testimonianza degli Apostoli, in seno alla grande famiglia dei suoi discepoli. ...
Voi appartenete alla struttura viva della Chiesa. Essa vi ringrazia per il vostro impegno missionario, per l’azione formativa che sviluppate in modo crescente sulle famiglie cristiane, per la promozione delle vocazioni al sacerdozio ministeriale e alla vita consacrata che sviluppate al vostro interno. ...
- Da Papa Francesco, Lettera al popolo di Dio, 20 agosto 2018
… È necessario che ciascun battezzato si senta coinvolto nella trasformazione ecclesiale e sociale di cui tanto abbiamo bisogno. Tale trasformazione esige la conversione personale e comunitaria e ci porta a guardare nella stessa direzione dove guarda il Signore.
Così amava dire San Giovanni Paolo II: “Se siamo ripartiti davvero dalla contemplazione di Cristo, dovremo saperlo scorgere soprattutto nel volto di coloro con i quali egli stesso ha voluto identificarsi” (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 49).
Imparare a guardare dove guarda il Signore, a stare dove il Signore vuole che stiamo, a convertire il cuore stando alla sua presenza. Per questo scopo saranno di aiuto la preghiera e la penitenza.
- C) Per il dialogo o la verifica personale
Abbiamo conosciuto la spiritualità di tre “grandi” Piccoli Fratelli e Sorelle e possiamo chiederci:
- A noi, membri della CFMN, cosa dicono?
In modo più generale, con l’aiuto del testo che segue, si può riflettere di nuovo sul senso della nostra formazione integrale e permanente che va fatta con serietà.
Per approfondire si possono riprendere anche i nn. 59-61 dell’Esortazione apostolica post-sinodale di Giovanni Paolo II Christifideles laici.
- Perché la Chiesa ci chiede la formazione?
LA FORMAZIONE
- La formazione è il dare forma, plasmare: dà un volto al pensiero e alla vita; illumina, approfondisce ed educa, cioè applica l’intelligenza alla vita. C’è una formazione umana, etica, professionale, culturale ...
- … Come cristiani siamo chiamati ad essere rigenerati, plasmati, formati sull’immagine di Cristo e quindi della sua Chiesa, con la quale Egli costituisce un medesimo Corpo: "… affinché sia formato Cristo in voi” (Gal 4,19); ogni cristiano deve sempre più vivere la vita di
Per questo nella Chiesa e per tutta la Chiesa si svolge ordinariamente una formazione dottrinale, una formazione spirituale, una formazione morale ...
La formazione cristiana è per sua natura integrale e permanente.
- … Nella vita comunitaria, la formazione, esplicita o implicita, è un fattore costante. Comprende gli aspetti riguardanti ogni cristiano, serviti dal magistero della Chiesa, ma non può limitarsi a questo: riguarda la chiamata specifica che il Signore ci ha fatto, perché dobbiamo essere formati in ordine al dono che abbiamo ricevuto. Ecco che per noi la formazione ha per oggetto le finalità della nostra Comunità (Statuto 1.3) e contribuisce a perseguire il fine della Comunità.
- La formazione di Cristo in noi è un’opera che compie lo Spirito Santo e possiamo distinguere diversi luoghi della formazione.
Il momento celebrativo - La Liturgia è il cuore della formazione a livello profondo, perché l’azione dello Spirito si concentra nella vita liturgica e sacramentale, particolarmente nella Messa, nella liturgia delle ore, nell’ascolto pregato della Parola di Dio contenuta nella sacra Scrittura e consegnata nella predicazione apostolica.
Il momento personale - Ci deve essere un’opera di assimilazione personale (o anche familiare), magari sempre guidata, che accompagna la lettura, la meditazione, la riflessione, lo studio.
II momento catechetico - Ci sono momenti comunitari che prolungano e approfondiscono l’insegnamento dottrinale, su temi e in ambiti particolari.
- Preghiera di Papa Francesco a conclusione della Lettera enciclica “Fratelli tutti”
PREGHIERA CRISTIANA ECUMENICA
Dio nostro, Trinità d’amore,
dalla potente comunione della tua intimità divina
effondi in mezzo a noi il fiume dell’amore fraterno.
Donaci l’amore che traspariva nei gesti di Gesù,
nella sua famiglia di Nazareth e nella prima comunità cristiana.
Concedi a noi cristiani di vivere il Vangelo
e di riconoscere Cristo in ogni essere umano,
per vederlo crocifisso nelle angosce degli abbandonati
e dei dimenticati di questo mondo
e risorto in ogni fratello che si rialza in piedi.
Vieni, Spirito Santo! Mostraci la tua bellezza
riflessa in tutti i popoli della terra,
per scoprire che tutti sono importanti,
che tutti sono necessari, che sono volti differenti
della stessa umanità amata da Dio. Amen.