- Dallo STATUTO
1.3 §3) Nel corrispondere all'iniziativa della grazia divina, la Comunità ha i seguenti fini:
... - il servizio al Regno di Dio, nell’attesa vigilante del ritorno di Cristo Signore, con la coerente testimonianza evangelica negli ambienti in cui si vive, a partire dalla propria casa, e col desiderio di portare Cristo e il suo Vangelo di famiglia in famiglia, perché in ciascuna di esse risplenda l'immagine di Dio e ogni casa diventi cenacolo, vera Chiesa e luogo di trasmissione della fede per ogni uomo che nasce.
1.2 §1) È Maria, e il mistero della sua divina maternità, a suggerire ai consacrati l’atteggiamento di ascolto e di docilità, davanti alla Parola del Signore. Ella ha accolto Cristo, Figlio di Dio, per opera dello Spirito Santo, accettando nella sua vita il disegno di Dio e donandosi totalmente a Lui; ha portato Cristo alla famiglia di Zaccaria ed Elisabetta, e continua a donarlo agli uomini con il suo amore materno. Ella nella Santa Famiglia di Nazareth, Vergine, Sposa, Madre, Vedova, ha vissuto con semplicità la vita ordinaria in modo straordinario ed esemplare per ogni stato di vita.
INTRODUZIONE
Si prosegue nella riflessione delle finalità della nostra consacrazione, dove sono scritti gli argomenti comunitari che esprimono “un itinerario di tutta la vita, sia personale che comunitaria, che nutre e custodisce” la vocazione che abbiamo ricevuto di essere in Cristo figli di Dio e di Maria, “nostro modello ed esempio”, in un processo di continua conversione e purificazione del cuore.
Dopo aver preso in considerazione i primi due punti si passa al terzo. Dio ci ha chiamato a rendere una testimonianza della Sua Presenza viva nel mondo; dobbiamo essere persuasi che Dio compie le cose più grandi con i minimi mezzi. Egli realizza la salvezza del mondo e la santificazione di ogni anima attraverso le vie di una fedeltà umile, ma piena d’amore nel compimento dei nostri più semplici e comuni doveri; non dobbiamo perciò compiere cose straordinarie per realizzare la volontà di Dio che è la nostra santificazione. Essa passa attraverso una missione: il nostro cuore deve sempre più dilatarsi alla misura del cuore di Gesù che ha sete di salvare le anime e dona se stesso in totale sacrificio.
Siamo chiamati a donare Dio facendo presente il Signore nella nostra umiltà, nella nostra preghiera, nella nostra vita di fede e di amore secondo il Vangelo, realizzando la nostra duplice vocazione nella Comunità: essa che ci unisce a Dio nel Cristo, ci unisce anche agli uomini, ci vuole nel mondo per essere testimoni di Cristo.
Certo è bene accogliere l’esortazione che papa Francesco ci rivolge, per quanto riguarda l’importanza dell’annuncio del Vangelo, passione che deve coinvolgere ogni cristiano, che è tale proprio nella misura in cui è mosso dallo Spirito Santo ad un santo zelo apostolico.
Esortando a rifuggire da ogni autoreferenzialità e citando ancora quanto affermato dal suo predecessore: “La Chiesa non fa proselitismo. Essa si sviluppa piuttosto per attrazione” (BENEDETTO XVI, Aparecida, 13 maggio 2007), PAPA FRANCESCO commenta: “Non comunicare se stessi, ma con lo sguardo, con i gesti comunicare Gesù. Questa testimonianza attraente, questa testimonianza gioiosa è la meta a cui ci porta Gesù, con il suo sguardo di amore e con il movimento di uscita che il suo Spirito suscita nel cuore”.
È importante riflettere sul seguente pensiero di uno STARETZ del XVIII secolo: “L’obbedienza crea comunione nel rispetto di ciascuno: è il primato della persona … Una comunità evangelica è sempre e soprattutto una comunità di persone, che cresce se ciascuno cresce”.
* * *
In riferimento alla scelta dei testi, ricordiamo quali sono i riferimenti costanti per la nostra vita spirituale:
- Dallo STATUTO
1.4 §1) La Comunità ed i suoi membri si riconoscono membra di Cristo nella Chiesa cattolica, al cui mistero vogliono fermamente e perfettamente aderire: accolgono con obbedienza di fede tutta la Parola di Dio, Sacra Scrittura e Tradizione, e con docilità gli insegnamenti del suo Magistero, per partecipare sempre più intensamente alla sua vita e alla sua missione.
1.5) La Comunità dei Figli di Maria di Nazareth, anche se si configura con una sua specificità e peculiarità, ha trovato un aiuto per la sua ispirazione e un riferimento spirituale per il proprio cammino nella Piccola Regola della Piccola Famiglia dell’Annunziata, nello Statuto della Comunità dei Figli di Dio e negli scritti di don Divo Barsotti.
1°INCONTRO
- Dallo STATUTO e dal DIRETTORIO
Dir. 1.1) Fare la consacrazione nella Comunità significa prima di tutto assumere l’impegno della propria perfezione. Dal momento della consacrazione ciascuno ha come impegno fondamentale un’adesione immediata e continua a Cristo Gesù: è impegnato alla scelta esclusiva di Dio fin dall’inizio del cammino e sempre; in questo impegno fondamentale la Comunità è spiritualmente convocata ogni giorno. Tutti i membri della Comunità, anche se lontani fra loro, vivono la stessa vocazione e attingono la forza spirituale per la loro perseveranza dalla Parola di Dio, dalla preghiera e dalla vita fraterna.
Dir. 2.5) Maria invita alla condivisione dei doni della Parola e della preghiera con i fratelli, a partire da quelli della Comunità; pertanto i consacrati sono chiamati a vivere la vita fraterna e a muoversi nel servizio e nella testimonianza della carità di Cristo.
- Dalla Costituzione dogmatica sulla Chiesa del Concilio Vaticano II LUMEN GENTIUM (7 §51)
Chi vuole può allargare la lettura ad altre parti della Costituzione dogmatica. … Il vero culto dei Santi non consiste tanto nel moltiplicare gli atti esteriori, quanto piuttosto nell'intensità del nostro amore fattivo, col quale, per il maggiore bene nostro e della Chiesa, cerchiamo «dalla vita dei santi l’esempio, dalla comunione con loro la partecipazione alla loro sorte e dalla loro intercessione l'aiuto». E d’altra parte insegnino ai fedeli che il nostro rapporto con gli abitanti del cielo, purché lo si concepisca alla piena luce della fede, non diminuisce affatto il culto di adorazione reso a Dio Padre mediante Cristo nello Spirito, ma anzi lo arricchisce. Tutti quanti infatti, noi che siamo figli di Dio e costituiamo in Cristo una sola famiglia (cfr Eb 3), mentre comunichiamo tra noi nella mutua carità e nell’unica lode della Trinità santissima, rispondiamo all’intima vocazione della Chiesa e pregustando partecipiamo alla liturgia della gloria perfetta.
- Dalla esortazione di PADRE ALESSANDRO PISCAGLIA, Vicario episcopale per la vita consacrata, all’Assemblea dell’8 febbraio 2009, con cui ci ha salutato.
Vi ringrazio perché mi date sempre la consolazione dello spirito, vi ringrazio per la vostra presenza nella Chiesa, è un arricchimento per tutti. Al ringraziamento, che va soprattutto a don Giampaolo, unisco quella che non vorrei chiamare esortazione, perché è una parola troppo grossa; se ci metto vicino fraterna, sì, può essere un’esortazione fraterna, a continuare il vostro cammino di formazione guardando, contemplando sempre Maria, l’ancella, colei che ha creduto e ha portato al mondo la Parola che è Cristo.
Il SINODO, come vi dicevo, termina con un inno alla Vergine Santissima; vi leggo solo le ultime parole: «I padri sinodali uniti al Santo Padre nella preghiera perché il Sinodo possa portare frutti di autentico rinnovamento in ogni comunità cristiana, invitano pastori e fedeli a rivolgere lo sguardo a Maria e domandare allo Spirito Santo la grazia di una fede viva nella Parola di Dio fatta carne». Se questa fede cresce in noi, cresce in voi, nelle vostre riunioni, nel vostro trovarvi, nel confrontarvi con la Parola del Signore, allora vi accorgerete che anche chi vive accanto a voi è una Parola di Dio, perché ognuno di noi siamo Parola di Dio. Con questo pensiero, con questa esortazione fraterna, davvero vi dico: continuate a crescere e continuate ad essere testimoni dell’amore di Dio. Oggi c’è tanto bisogno di questo e Cristo ce lo chiede: “Siate miei testimoni”. Pace e bene.
- Dalla riflessione finale del Vicario episcopale PADRE ATTILIO CARPIN op., nella Assemblea generale dei consacrati del 20 giugno 2010. Sembra importante riportarla e meditarla.
… Mi limito ad un pensiero, dall’avervi ascoltato. Si è parlato di testimonianza: ma che cos’è la testimonianza? Quando possiamo dire che siamo testimoni? Cosa vuol dire testimoniare?
Solitamente si testimonia ciò che si è sperimentato, perché solo di ciò che si è sperimentato, si può dire veramente: io so che le cose stanno così. La nostra esperienza di Cristo ci rende testimoni. L’abbiamo incontrato nella nostra vita, l’abbiamo accolto, l’abbiamo amato? Allora, se c’è stata una esperienza personale di Cristo, posso dire chi è Cristo per me, la domanda di oggi nel Vangelo: che cosa è Cristo per te? che posto gli dai nella tua vita, nel tuo cuore, nei tuoi interessi, nei tuoi progetti? La testimonianza però, come abbiamo sempre richiamato, è l’amore: “Da questo vi riconosceranno che siete miei discepoli”, questa è una testimonianza, dell’unità. “Il mondo saprà che il Padre mi ha mandato, dalla vostra unità”.
Il cammino che state facendo attraverso l’itinerario della santità della Chiesa, dei santi, noi l’abbiamo sperimentato fin all’inizio della nostra formazione. Io credo di essere un poco più giovane di don Giampaolo, ma fin dall’inizio del nostro cammino in Seminario ci invitavano a leggere, per un’ora, credo, adesso non mi ricordo più se era settimanale, l’agiografia, la vita dei santi, non ci invitavano a leggere romanzi, ma la vita dei santi perché da lì si impara, loro sono i testimoni, i maestri di come si arriva alla santità, alla perfezione dell’amore di Dio. E non a caso il Papa, nelle catechesi del mercoledì, tratta dei santi, quindi siete proprio in linea. Nulla vieta, come diceva una vostra sorella, di leggere magari anche i documenti, non è che siano alternative queste cose, però portate a termine intanto queste quattro figure, che sono come i cardini della vostra spiritualità. S’impara tanto dai santi, s’impara tanto! Una ricchezza di testimonianze, di vita vissuta! Noi in loro ci ritroviamo, non sempre in tutto nelle modalità, perché ci sono poi le nostre modalità, ma l’esempio è quello, la strada è quella. L’ha appena ricordato don Giampaolo: la comunione ecclesiale, sant’Ignazio. È stata citata a proposito una frase di SANT’IGNAZIO: “Che niente si faccia senza il vescovo…”. Ma non è conclusa la frase: “… Ma il vescovo non faccia nulla senza la volontà di Dio”. Ecco che cosa ci unisce, la volontà di Dio, è questa che crea la comunione. E l’altro santo, san Benedetto ci insegna la comunione monastica, la fraternità, la vita comune. È stata citata anche una frase: “Nulla si anteponga a Cristo”, e viene riferita a Benedetto questa frase, ma non è di Benedetto. Prima all’inizio ho citato SAN CIPRIANO, esattamente per ben due volte si trova nei suoi scritti, è di san Cipriano, che muore nel 258, molto prima. “Nulla si anteponga a Cristo”.
La comunione fraterna: da che cosa nasce la comunione fraterna? La comunione della Chiesa nasce dalla vita trinitaria: Dio è Trinità, è comunione di persone, nel momento in cui Dio ci dà la sua grazia, e la grazia è la vita della Chiesa, mette nel nostro cuore il fondamento della nostra unità, ci dà la possibilità di vivere la sua comunione, la comunione divina, non è soltanto una comunione nostra umana, è comunione divina quella che c’è fra di noi.
Allora, il mio suggerimento, il mio invito è: continuate perché ci sono altre due figure (San Francesco d’Assisi e Santa Teresina del Bambino Gesù), e poi non limitatevi a queste perché la ricchezza della Chiesa è talmente infinita! Ogni santo, quanti santi, hanno qualcosa da dirci, ognuno ha una ricchezza, una grazia di Dio, anche per noi.
- Dalla Catechesi di PAPA BENEDETTO XVI all’udienza generale del 10 ottobre 2012
50° ANNIVERSARIO DELL’APERTURA DEL CONCILIO
Cari fratelli e sorelle, siamo alla vigilia del giorno in cui celebreremo i cinquant’anni dall’apertura del Concilio Ecumenico Vaticano II … . Con questa Catechesi vorrei iniziare a riflettere – con qualche breve pensiero – sul grande evento di Chiesa che è stato il Concilio, evento di cui sono stato testimone diretto. Esso, per così dire, ci appare come un grande affresco, dipinto nella sua grande molteplicità e varietà di elementi, sotto la guida dello Spirito Santo. E come di fronte a un grande quadro, di quel momento di grazia continuiamo anche oggi a coglierne la straordinaria ricchezza, a riscoprirne particolari passaggi, frammenti, tasselli. Il Beato GIOVANNI PAOLO II, alle soglie del terzo millennio, scrisse: «Sento più che mai il dovere di additare il Concilio come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo XX: in esso ci è offerta una sicura bussola per orientarci nel cammino del secolo che si apre» (Lett. ap. Novo millennio ineunte, 57). Penso che questa immagine sia eloquente. I documenti del Concilio Vaticano II, a cui bisogna ritornare, liberandoli da una massa di pubblicazioni che spesso invece di farli conoscere li hanno nascosti, sono, anche per il nostro tempo, una bussola che permette alla nave della Chiesa di procedere in mare aperto, in mezzo a tempeste o ad onde calme e tranquille, per navigare sicura ed arrivare alla meta. Io ricordo bene quel periodo: ero un giovane professore di teologia fondamentale all’Università di Bonn, e fu l’Arcivescovo di Colonia, il Cardinale Frings, per me un punto di riferimento umano e sacerdotale, che mi portò con sé a Roma come suo consulente teologo; poi fui anche nominato perito conciliare. Per me è stata un’esperienza unica: dopo tutto il fervore e l’entusiasmo della preparazione, ho potuto vedere una Chiesa viva – quasi tremila Padri conciliari da tutte le parti del mondo riuniti sotto la guida del Successore dell’Apostolo Pietro – che si mette alla scuola dello Spirito Santo, il vero motore del Concilio. Rare volte nella storia si è potuto, come allora, quasi «toccare» concretamente l’universalità della Chiesa in un momento della grande realizzazione della sua missione di portare il Vangelo in ogni tempo e fino ai confini della terra. In questi giorni, se rivedrete le immagini dell’apertura di questa grande Assise, attraverso la televisione o gli altri mezzi di comunicazione, potrete percepire anche voi la gioia, la speranza e l’incoraggiamento che ha dato a tutti noi il prendere parte a questo evento di luce, che si irradia fino ad oggi. Nella storia della Chiesa, come penso sappiate, vari Concili hanno preceduto il Vaticano II. Di solito queste grandi Assemblee ecclesiali sono state convocate per definire elementi fondamentali della fede, soprattutto correggendo errori che la mettevano in pericolo. Pensiamo al Concilio di Nicea nel 325, per contrastare l’eresia ariana e ribadire con chiarezza la divinità di Gesù Figlio Unigenito di Dio Padre; o a quello di Efeso, del 431, che definì Maria come Madre di Dio; a quello di Calcedonia, del 451, che affermò l’unica persona di Cristo in due nature, la natura divina e quella umana. Per venire più vicino a noi, dobbiamo nominare il Concilio di Trento, nel XVI secolo, che ha chiarito punti essenziali della dottrina cattolica di fronte alla Riforma protestante; oppure il Vaticano I, che iniziò a riflettere su varie tematiche, ma ebbe il tempo di produrre solo due documenti, uno sulla conoscenza di Dio, la rivelazione, la fede e i rapporti con la ragione e l’altro sul primato del Papa e sull’infallibilità, perché fu interrotto per l’occupazione di Roma nel settembre del 1870. Se guardiamo al Concilio Ecumenico Vaticano II, vediamo che in quel momento del cammino della Chiesa non c’erano particolari errori di fede da correggere o condannare, né vi erano specifiche questioni di dottrina o di disciplina da chiarire. Si può capire allora la sorpresa del piccolo gruppo di Cardinali presenti nella sala capitolare del monastero benedettino a San Paolo Fuori le Mura, quando, il 25 gennaio 1959, il Beato Giovanni XXIII annunciò il Sinodo diocesano per Roma e il Concilio per la Chiesa Universale. La prima questione che si pose nella preparazione di questo grande evento fu proprio come cominciarlo, quale compito preciso attribuirgli. Il Beato Giovanni XXIII, nel discorso di apertura, l’11 ottobre di cinquant’anni fa, diede un’indicazione generale: la fede doveva parlare in un modo «rinnovato», più incisivo – perché il mondo stava rapidamente cambiando – mantenendo però intatti i suoi contenuti perenni, senza cedimenti o compromessi. Il Papa desiderava che la Chiesa riflettesse sulla sua fede, sulle verità che la guidano. Ma da questa seria, approfondita riflessione sulla fede, doveva essere delineato in modo nuovo il rapporto tra la Chiesa e l’età moderna, tra il Cristianesimo e certi elementi essenziali del pensiero moderno, non per conformarsi ad esso, ma per presentare a questo nostro mondo, che tende ad allontanarsi da Dio, l’esigenza del Vangelo in tutta la sua grandezza e in tutta la sua purezza (cfr Discorso alla Curia Romana per gli auguri natalizi, 22 dicembre 2005).
Lo indica molto bene il Servo di Dio PAOLO VI nell’omelia alla fine dell’ultima sessione del Concilio - il 7 dicembre 1965 – con parole straordinariamente attuali, quando afferma che, per valutare bene questo evento: «deve essere visto nel tempo in cui si è verificato. Infatti – dice il Papa – è avvenuto in un tempo in cui, come tutti riconoscono, gli uomini sono intenti al regno della terra piuttosto che al regno dei cieli; un tempo, aggiungiamo, in cui la dimenticanza di Dio si fa abituale, quasi la suggerisse il progresso scientifico; un tempo in cui l’atto fondamentale della persona umana, resa più cosciente di sé e della propria libertà, tende a rivendicare la propria autonomia assoluta, affrancandosi da ogni legge trascendente; un tempo in cui il “laicismo” è ritenuto la conseguenza legittima del pensiero moderno e la norma più saggia per l’ordinamento temporale della società… In questo tempo si è celebrato il nostro Concilio a lode di Dio, nel nome di Cristo, ispiratore lo Spirito Santo». Così Paolo VI. E concludeva indicando nella questione di Dio il punto centrale del Concilio, quel Dio, che «esiste realmente, vive, è una persona, è provvido, è infinitamente buono; anzi, non solo buono in sé, ma buono immensamente altresì per noi, è nostro Creatore, nostra verità, nostra felicità, a tal punto che l’uomo, quando si sforza di fissare la mente ed il cuore in Dio nella contemplazione, compie l’atto più alto e più pieno del suo animo, l’atto che ancor oggi può e deve essere il culmine degli innumerevoli campi dell’attività umana, dal quale essi ricevono la loro dignità». Noi vediamo come il tempo in cui viviamo continui ad essere segnato da una dimenticanza e sordità nei confronti di Dio. Penso, allora, che dobbiamo imparare la lezione più semplice e più fondamentale del Concilio e cioè che il Cristianesimo nella sua essenza consiste nella fede in Dio, che è Amore trinitario, e nell’incontro, personale e comunitario, con Cristo che orienta e guida la vita: tutto il resto ne consegue. La cosa importante oggi, proprio come era nel desiderio dei Padri conciliari, è che si veda – di nuovo, con chiarezza – che Dio è presente, ci riguarda, ci risponde. E che, invece, quando manca la fede in Dio, crolla ciò che è essenziale, perché l’uomo perde la sua dignità profonda e ciò che rende grande la sua umanità, contro ogni riduzionismo. Il Concilio ci ricorda che la Chiesa, in tutte le sue componenti, ha il compito, il mandato di trasmettere la parola dell’amore di Dio che salva, perché sia ascoltata e accolta quella chiamata divina che contiene in sé la nostra beatitudine eterna. Guardando in questa luce alla ricchezza contenuta nei documenti del Vaticano II, vorrei solo nominare le quattro Costituzioni, quasi i quattro punti cardinali della bussola capace di orientarci. - La Costituzione sulla sacra Liturgia SACROSANCTUM CONCILIUM ci indica come nella Chiesa all’inizio c’è l’adorazione, c’è Dio, c’è la centralità del mistero della presenza di Cristo. - E la Chiesa, corpo di Cristo e popolo pellegrinante nel tempo, ha come compito fondamentale quello di glorificare Dio, come esprime la Costituzione dogmatica LUMEN GENTIUM. - Il terzo documento che vorrei citare è la Costituzione sulla divina Rivelazione DEI VERBUM: la Parola vivente di Dio convoca la Chiesa e la vivifica lungo tutto il suo cammino nella storia. - E il modo in cui la Chiesa porta al mondo intero la luce che ha ricevuto da Dio perché sia glorificato, è il tema di fondo della Costituzione pastorale GAUDIUM ET SPES. Il Concilio Vaticano II è per noi un forte appello a riscoprire ogni giorno la bellezza della nostra fede, a conoscerla in modo profondo per un più intenso rapporto con il Signore, a vivere fino in fondo la nostra vocazione cristiana. La Vergine Maria, Madre di Cristo e di tutta la Chiesa, ci aiuti a realizzare e a portare a compimento quanto i Padri conciliari, animati dallo Spirito Santo, custodivano nel cuore: il desiderio che tutti possano conoscere il Vangelo e incontrare il Signore Gesù come via, verità e vita. Grazie.